altre volte ho iniziato a scrivere di te ma poi mi son lasciata prendere dalle circostanze e ho dedicato il mio tempo ad altre pubblicazioni [1]. E’ strano, ma i fogli e i files lasciati in sospeso sono andati sempre smarriti .
Oggi voglio dedicarmi solo a te perché oggi, 3 ottobre 2006, è un giorno particolare: è la vigilia della festa di San Francesco, il tuo San Francesco che, come terziaria francescana, ti sei impegnata a imitare nella vita secolare. Alla sua protezione affido il mio lavoro che spero, questa volta, di portare a termine.
E’ una lettera, come vedi, il genere di scrittura al quale tu dedicavi alcune ore ogni giorno, le ore silenziose che dividevi con la preghiera e la meditazione quando gli altri dormivano o erano assenti. Era l’assidua corrispondenza che tenevi con i tuoi figli: mio padre Antonio che navigava, zio Alfredo e zio Giacinto che studiavano lontano da Gaeta, prima al liceo, poi all’università e infine là dove le esigenze della vita li assegnarono. Più accorata era la corrispondenza con zia Maria, quella tua figlia che sin dal suo concepimento avevi dedicato al Signore. Sono tue le parole: “Signore, la offro a Te quale olocausto di penitenza dei miei peccati, di quelli del padre e di tutta la famiglia: fa che nasca con tali sentimenti e pensieri. Non debbo né voglio forzarla, devi Tu ispirarle questi proponimenti e questi desideri che io esprimo a Te in questo momento”.
Ci fu la chiamata: nel 1923, all’età di ventisei anni, vincendo le resistenze di suo padre, nonno Giuseppe, entrò novizia nel convento di Roma delle Romite Battistine, un ordine di clausura.
Ma diversi erano i disegni di Dio: per motivi di salute non poté rimanervi.
Per scrivere di te vorrei scrivere come te.
Nelle tue lettere, oltre alle notizie quotidiane e ai ricordi di famiglia tu trovavi il modo di inserire riferimenti storici ed elevati principi di amor di Patria. Ma soprattutto profondevi a piene mani la tua salda religiosità sollecitando il rispetto dei Comandamenti e raccomandando la fiducia in Dio e la pratica della carità.
Se le vicende belliche non avessero causato la distruzione delle nostre case quei fogli avrebbero fornito una tangibile e diretta testimonianza di te e del modo di trasmettere ed inculcare nei tuoi cari le virtù che costantemente esercitavi in modo eroico. Fortunatamente sono giunte fino a noi le lettere che scrivevi a zia Maria che le ha sempre conservate tutte, insieme ad altri scritti, perché ne capiva il valore e ne prevedeva l’importanza.
E di queste te ne trascrivo una [2] che - sarà un caso? - è datata 4 ottobre!
Carissima Maria,
stamattina 4 ottobre è stata celebrata a San Giacomo, da Monsignor Leccese, la Messa mattutina per noi. L’ho offerta in onore di San Francesco. Ho pregato in suffragio dei nostri cari e con la primissima intenzione della conversione dei peccatori e degli infedeli, poi di ispirare sante vocazioni di missionari che con eroico sacrificio volino per evangelizzare gli infedeli. Ho pregato per tutti i Santi che si uniranno a noi per intercedere presso l’Altissimo per ottenere con le loro sante preghiere e quelle dei nostri morti quanto tu desideri, perché le tue intenzioni siano appagate secondo il Divino Beneplacito, perché non si muove foglia che Dio non voglia. E bisogna di tutto rassegnarsi alla Divina Volontà.
Quello che Lui comanda è tutto ben fatto.
Ci stritola col maglio, col torchio per purificarci e premere le virtù come con torchio si pigia l’uva che ci dà una bevanda gustosissima, il vino.
Bisogna tutto affidare a Lui, alla Vergine Santissima delle Grotte, ai Santi Avvocati e Patroni e a tutti i nostri defunti.
In Te Domine speravi, non confunder in eterno!
Tua madre Teresa Di Janni
Sullo stesso argomento, a distanza di anni, scrivevi ancora:
(…) Con i soldi che riceverai dai danni di guerra accomoderai la Chiesa. Continua costante nell’opera, sebbene io credo che tu da sola, dovendo pensare alla scuola, non potrai provvedere all’accomodo, a chiamare i muratori ed a comprare il materiale…speriamo in Dio. Per ora si vede chiara la Sua manifestazione, fin d’adesso tutto è miracolo quello che procede. Se uno lo pensasse, si vede proprio la mano di Dio in tutto quanto avviene. Benediciamo la Sua Onnipotente Mano e preghiamolo che la mantenga sempre ferma sul tuo capo affinché ci dia modo di lavorare tutto a Sua gloria ed onore. Il lavoro si deve santificare con le opere buone specie se il lavoro tende proprio a questo scopo. Onorare Gesù e la Sua SS.Madre ed aiutare il prossimo, raccogliendo bambini destinati all’avvenire della Patria, educandoli, istruendoli, rendendoli utili a loro e alla Patria e togliendoli dalla strada ove crescono abbandonati a sé stessi, in balia delle proprie passioni e del vizio. Il Signore dovrà, io credo, proteggere l’opera a Sé destinata, coi più strepitosi miracoli. In Te Domine speravi, non confunder in eterno! Niente di mondo, tutto di Gesù.
In Gesù ti saluto e ti bacio partecipandoti i saluti di tutti.
Tua madre Teresa Di Janni
Cara nonna, tu sai che le tue preghiere sono state esaudite. Ricordi? Nel 1915, al suo primo anno di insegnamento nelle Scuole Elementari, zia Maria andò in località S.Cataldo di Pastena presso le Grotte omonime dove le condizioni di vita erano primordiali. Ma ciò che la colpì maggiormente furono i frequenti incidenti che accadevano ai bambini lasciati soli dai genitori occupati nel lavoro dei campi. Per provvedere a loro ci sarebbe voluta una scuola materna tenuta da suore. Fu questo ricordo che, lasciato il convento dove era entrata novizia, la spinse a ritornare in quella località dove prese l’impegno di costruire una chiesa e un convento al quale dedicò i suoi stipendi e le sue energie sempre incoraggiata e sostenuta da te con aiuti spirituali e finanziari finché il desiderio divenne una realtà. Terminata l’opera la donò alle Suore Romite Battistine di Roma il cui convento nel frattempo era stato espropriato dalle leggi nazionali vigenti e, affinché si dedicassero alla vita attiva, ottenne da Pio XII l’esonero dalla clausura.
Infine, raggiunto il massimo dell’età pensionabile, indossò il velo e pronunziò i desiderati voti solenni. In quell’oasi di pace intere generazioni di pastenesi sono state educate e aiutate nel tempo e ben lo ricordano ancora oggi.
A distanza di anni, quando per mancanza di vocazioni il convento è rimasto deserto, certamente sei stata tu dal Cielo a vegliare affinché fra quelle mura, innalzate con sacrifici e preghiere, risuonassero ancora preci e canti di sorelle consacrate. Per il saggio e lungimirante interessamento dell’attuale Arcivescovo di Gaeta, Sua Ecc. Pierluigi Mazzoni, su richiesta pressante dei pastenesi e del loro sindaco, Renato De Angelis, altre suore hanno fatto il loro ingresso in quei locali e nella Chiesa della Beata Vergine Maria in Grotte di Pastena. E tu lo sai, non è vero?
E’ stata solo una coincidenza? O ha collaborato il tuo San Francesco? Quelle suore sono Clarisse di Santa Chiara! E la data del solenne insediamento? Il 4 ottobre 2003 – festa del Santo e 750° anniversario del transito di Santa Chiara.
Ti ricordi? Zia Maria da giovane diceva sempre, e l’ha scritto [3] lei stessa, Io sono la figlia cattiva che rimproverava continuamente mia madre quando vedevo che faceva la carità eccessiva (…) perché noi non eravamo tanto ricchi da poter lei largheggiare così tanto. Ma lei rispondeva sempre: A noi ci pensa il Signore. Lo sai che Dio è grande!
Col tempo, vedendo che in famiglia non mancava mai niente, alla fine si convinse che il Signore ti premiava facendo moltiplicare soldi e cibi in casa perché pregavi e facevi il bene al prossimo per amor Suo e così smise di rimproverarti.
Come vorrei sapere se quella moltiplicazione avveniva davvero! Io credo che l’aiuto ti veniva sì da Dio, ma dandoti la saggezza di economizzare sia comprando meno carne e formaggi sia utilizzando più prodotti delle vostre campagne con pollame e uova, e pesce che portavano al magazzino di nonno Giuseppe. Di risparmiare acquistando all’ingrosso e non al dettaglio, di non sperperare in spese voluttuarie come tanto spesso avviene nelle famiglie.
E la tua famiglia era veramente numerosa! Tu, che da fanciulla ti eri già dedicata al Signore e solo per obbedienza figliare accettasti di sposare [4]Giuseppe Magliozzi, un uomo retto e di sani principi, con il “sì” in cuor tuo facesti voto di accettare tutti i figli che la Provvidenza ti avrebbe mandato. Ne partoristi undici da quattordici gravidanze, ma ne sopravissero solo sette e tu accettasti ogni perdita dolorosa con santa rassegnazione dicendo: Iddio dà e Iddio toglie”.
Con l’assidua preghiera meritasti figli rispettosi dei principi con i quali li avevi educati. E non dimentico ciò che rispondesti a un’amica che ti chiedeva come mai essi fossero così studiosi e obbedienti: Quando sento che è il momento del concepimento non penso al piacere della carne ma prego Dio di farmi concepire un figlio degno di Lui, come hai scritto in una lettera.
Oggi, se tu intercedessi per le nostre famiglie dove spesso regna lo sciupio e il disordine materiale e morale, oggi saresti davvero una grande benemerita! Quanti dovrebbero conoscerti e, rivolgendosi a te, mettere in pratica e diffondere le tue massime espresse con tanta semplicità e Fede salda.
In una lettera del 23 maggio 1950 con ferma convinzione tu scrivevi:
Il demonio mette sempre zizzania e fa succedere errori ecc…; bisogna lottare fino all’infinito, fino a che l’anima è giunta al suo destino a lodare il Signore per tutta l’eternità. Solo colà vi è la vera felicità in Dio nostro Signore e fino allora dobbiamo pregare per avere la forza di lottare contro i tre nemici: mondo, demonio e carne. Speriamo con l’aiuto di Nostro Signore e di Maria Santissima di combattere e vincere i nostri tre nemici col loro aiuto spirituale.
Ogni frase è scaturita dal cuore, meditata nel silenzio e nel raccoglimento e messa in pratica nella quotidianità.
Vedi, nonna, devo confessarti di averti conosciuta solo dopo la tua morte.
Quando feci questa affermazione nel 1976-77 durante la raccolta di testimonianze scritte da allegare alla richiesta di apertura del Processo Diocesano di Beatificazione, il sacerdote che mi interrogava non mi lasciò continuare. Perciò di me non esiste traccia fra quei documenti, eppure porto il tuo nome, ti ero affezionata e un pochino tu mi prediligevi perché figlia di Antonio come tu eri figlia di Antonio Di Janni; ed ero ubbidiente, come tu dicevi.
Ora voglio spiegarti perché mi espressi in quel modo.
Io sono del 1933: quando nel ’42 ci trasferimmo a Roma, perché papà ebbe l’avvicendamento dal cacciatorpediniere Vivaldi al Ministero della Marina, non avevo ancora nove anni. Di quel periodo della mia infanzia trascorsa a Gaeta ricordo bene la casa dove tu abitavi a Villa delle Sirene con nonno e zia Erminia, il grande soggiorno con l’ampia terrazza che dava sul mare, con il porticciolo delle barche e dei motopescherecci. Ricordo la processione a mare della Madonna di Porto Salvo che vedevamo stando lassù e poi ci offrivi succose fette di cocomero zuccherino. Ricordo il grande ritratto del bisnonno Antonio con la scritta, non so perché in inglese, Absent but not forgotten, che io leggevo così com’era scritto. Ricordo nonno Giuseppe seduto al lungo tavolo ovale affollato quando eravamo invitati a pranzo e poi la sua morte inattesa nel novembre del 1938. E ricordo te, quasi sempre con un libro di preghiere in mano: fosti tu ad insegnarmi l’Ave Maria in latino. Il desiderio di avere anch’io uno di quei libri, che mi sembravano così preziosi che non te ne staccavi mai, fu tale da chiedertene uno come regalo per la mia Prima Comunione, e tu mi regalasti il Messale quotidiano, nuovo ovviamente. E come mi sentivo importante, quando andavo a Messa la domenica, con quel grosso libro rilegato in pelle nera con i bordi dorati e i nastrini segnalibro colorati che fuoriuscivano dalla custodia!
Ricordo quando, evacuata da Gaeta e sfollata da Pastena, venisti a Roma da noi e trascorremmo insieme alcuni mesi di quel tragico 1944. Mio padre non percepiva stipendio dall’8 settembre del 1943. I generi alimentari scarseggiavano davvero e non avevamo la possibilità di procurarcene alla borsa nera. Credo che quel periodo sia stato l’unico durante il quale non potesti togliere dal tuo scarso cibo una porzione da dare in carità, ma non mancasti un solo giorno alla Santa Messa nella chiesa di Ognissanti sulla via Appia. - Noi abitavamo nella vicina via Vercelli - Persino quando dai rimbombi alle porte di Roma si capì che gli inglesi e gli americani stavano arrivando, ti alzasti di buonora e ti avviasti benché mamma ti avesse raccomandato di non uscire perché era pericoloso. Cercasti di non far rumore, ma lei sentì richiudersi la porta e di corsa ti seguì per accompagnarti come tutte le mattine lasciando il piccolo Erasmo di pochi mesi, Peppino di cinque anni e me da soli. All’uscita dalla chiesa, proprio su quella strada, entravano gli alleati su carri armati e camionette, mentre i tedeschi in ritirata la percorrevano in senso inverso.
Al ritorno da Roma, trovammo a Gaeta macerie e miseria. Avevamo perso tutto e tu non facevi che ripetere: Dio dà e Dio toglie e ci raccontavi di Giobbe.
Con la parentesi della guerra la vita cambiò. La casa distrutta ti costrinse in un modesto appartamentino di due sole camere con mobili indispensabili avuti in prestito e noi non stavamo meglio di te. Ma la tua fiducia in Dio non vacillava mai: Dio dà e Dio toglie, dicevi e aggiungevi Se nutre gli uccelli del cielo non può non pensare a noi! E come sempre continuavi con serafica dedizione ogni pratica religiosa. Quante volte mamma ti vedeva passare sotto i nostri balconi, avvolta nel tuo scialle nero, che col passo frettoloso ti recavi nella Chiesa di San Giacomo in via Indipendenza per la Santa Messa mattutina! Quando i miei fratellini ed io ci svegliavamo ce lo raccontava per farci notare quanto grande fosse il tuo desiderio di andare a ricevere la Santa Comunione. E non desistevi neppure d’inverno, quando pioveva e soffiava il Garigliano [5] e dovevi avanzare a fatica, curva in avanti, con le raffiche che ti strappavano lo scialle di dosso e facevano capovolgere l’ombrello!
Negli anni, fra il 1944 e il ’49, ci fu per me la ripresa della scuola, per te l’avvicendarsi dei nipoti: eravamo noi tre, Rosetta Capodanno, la figlia di zia Rosa, Maria Teresa e Carla di zio Giacinto e i figli di zio Alfredo, Peppino e Pierluigi nato dopo la morte della sorella Teresa. Con te c’era zia Erminia che, attivamente impegnata in Azione Cattolica, ti accudiva a casa.
Ricordo i cenoni di Natale e Capodanno a casa nostra con il tradizionale capitone e il panettone e lo spumante che si dovevano aprire alle undici e mezzo perché l’indomani bisognava fare la Comunione stando digiuni dalla mezzanotte. Poi zia Maria leggeva le preghiere a bassa voce e tu le stavi accanto. A mezzanotte mamma intonava Tu scendi dalla stelle, le ninne nanne e altri canti in latino e tutti cantavamo portando in processione il Bambinello con le candele accese attraverso le stanze. A Capodanno cantavamo il Te Deum per ringraziare il Signore di averci protetti nell’anno trascorso e recitavamo il Credo.
Come vedi, non c’era nulla che potesse farmi capire che tu fossi una persona particolare: ogni tuo gesto rientrava nella normalità alla quale ero abituata.
La tua casa non fu più ricostruita e la tua serena accettazione la inculcasti nei miei genitori.
Nel momento del dolore più atroce quando mio fratello Peppino, ingegnere elettronico, morirà giovanissimo nel 1975 lasciando sua moglie Dolores e il piccolo Antonio di soli quattro anni mia madre, Filomena Cicconardi, con le parole di Papa Giovanni XXIII Signore fa’ Tu! ripeterà come te: Iddio dà e Iddio toglie
Noi avevamo sperato che tu dal Cielo impetrassi la grazia della sua guarigione poi ci capitò di leggere le tue parole: Il Signore ci ama, ci stritola col maglio, col torchio per purificarci e allora i miei trovarono la rassegnazione nella preghiera.
Fu nell’agosto del 1950 che seppi di te.
Quell’anno mamma ci portò in villeggiatura ad Alatri, un piccolo centro in provincia di Frosinone. Quando partimmo tu non stavi bene ma nulla lasciava supporre che fosse qualcosa di grave. Solo tu sapevi e in data 10 giugno lo scrivesti in una lettera a Don Salvatore Buonomo, il tuo confessore.
Voglio esporle l’anima mia, perché in confessione non mi è dato mai di poterlo fare e credo che non sia peccato aprire l’anima mia al mio padre spirituale. Lei mi ha preparato al Giubileo. Feci le visite a Roma par acquistare le indulgenze e ritornai così contenta e ne rimasi contentissima. Ammalata mi credei potessi morire e mi pareva di andare in Cielo a vedere la festa che colà si faceva al Sacro Corpo del Signore. Mi pareva proprio volare lassù e feci le preci proprio se lassù fosse il mio posto non per meriti miei, ma per la passione e morte di nostro Signore e poiché sapendolo infinitamente buono e misericordioso per la sua gloria e pietà mi avrebbe accolta lassù.
e a zia Maria
Gaeta, 22 agosto
(…) Sei partita con Nina e sei tornata a Pastena. Mi hai lasciata ammalata e senza vedermi. Vuol dire che non mi ami più e non vuoi vedermi, eppure c’è la morte. Saluti Mamma.
Come ti preparasti a lasciare la vita terrena, che avevi dedicato a raccogliere doni da portare lassù con te, l’hai lasciato scritto su alcuni foglietti stropicciati trovati dopo fra i cuscini. Anche quelli mi hanno aiutata a conoscerti.
Sul letto del dolore
Ma perché, o Gesù mio, sono condannata a star tanto tempo su questo letto di dolore? Stavo così bene vicino al Tabernacolo … Quell’Ostia … non poter fare quella Comunione … Rimanermene qui tutta sola senza Gesù! Oh amor mio, non lasciarmi così. Manda almeno un Angelo dell’Eucarestia che venga a raccogliermi dal labbro la mia dolente preghiera e te la porti nel cuore. Vedi come soffro! Il corpo non è più una carne, è un patibolo. Io mi consumo; il gelo della tomba già comincia ad assiderarmi le ossa. Soffro, ma non mi lamento. Riconosco i diritti della Tua Maestà Divina sopra di me: e ti offro il sacrificio di tutta me stessa. Ricevi dunque, o mio Gesù, il respiro che si allenta, la voce che si affievolisce, lo sguardo che si offusca, le mani e i piedi che s’intorpidiscono, il volto che impallidisce, il corpo intero che si consuma, il cuore che si affanna, la vita che mi sfugge.
Son qui sulla mia croce, o Gesù, ma intendo che ogni mio dolore sia un atto di adorazione per Te. E Tu, ricordalo poi, quando il male mi soffocherà ogni pensiero, ogni affetto, ogni parola.
Anch’io sul Calvario! Quanto soffro! Ma Ti amo! Vorrei che la vita si concentrasse nel cuore per darla a Te quale omaggio di amorosa espiazione. Ricevi, o Gesù tutte le mie pene in compenso di tutte le mie colpe. Questo povero corpo, tante volte ribelle al Tuo comando, ora non può far altro che soffrire: e Tu ne vedi le angustie, gli svigorimenti, gli strazi…Non rifiutare la mia penitenza. Quest’anima, tante volte schiava del corpo, ora sente il fiero contraccolpo della mia infermità. Quanta noia nelle ore di solitudine; quanta tristezza nella notte; quante pene lungo il giorno! La speranza mi passa un istante vicino, mi guarda, mi sorride e poi s’invola verso il Tabernacolo. E io guardo Gesù, verso di Te e spero. Spero che gradirai le mie pene a espiazione dei miei peccati. Spero che la dolente melodia dei patimenti tornerà accetta al tuo rigore e lo placherà. Spero che unirai le mie sofferenza ai dolori della tua passione e le impreziosirai di meriti infiniti. Spero che quando il mio cadavere sarà portato davanti al Tuo altare, lo guarderai benigno come una vittima che ha terminato d’espiare le sue colpe.
Sono qui sotto il peso del dolore; il corpo è tutto un patimento, l’anima è tutta tristezza, e il cuore…ah il cuore Tu lo vedi o Gesù come sta! Eppure la gratitudine in me è più forte del dolore.
Io soffro, ma ti ringrazio. Mi hai data l’esistenza, il primo e la base di altri innumerevoli doni. Grazie o Gesù.
Mi hai redenta col sangue delle Tue vene, mi hai data la grazia e il diritto di essere e chiamarmi tua. Grazie,o Gesù.
Mi chiamasti le mille e mille volte alla Tua Mensa, mi facesti il tabernacolo vivente del Tuo amore. Grazie, o Gesù.
Mi soaveggiasti la vita con i conforti che Tu solo sai in segreto dare ai lacrimanti tuoi figli. Grazie, o Gesù.
Mi privilegiasti con quei doni, con quelle chiamate, con quelle preferenze che Tu sai... Grazie, o Gesù.
Mi amareggiasti il cuore con certi disinganni che tanto mi aiutarono a stringermi a Te. Grazie, o Gesù.
Nella via difficile ed insidiata della virtù, mi hai sempre dato una guida e una difesa. Grazie, o Gesù.
Dal letto del dolore, mista di gemiti e di angosce, io mando la mia preghiera a Te. Io Ti prego o Gesù: questi ultimi giorni di vita non permettere che passino tra ingannevoli speranze, ma in continua aspirazione al Cielo. Fammi svanir dalla memoria tutti i ricordi inutili del passato, e mi raccogli tutte le potenze dell’anima, nel pensiero dell’eternità beata. Grazie, o Gesù.
Io Ti prego, o Gesù: quando sarà giunta l’ora estrema, vieni a darmi ancora una volta il Tuo perdono: vieni a restituirmi anche una delle tante visite che ricevesti nel Tabernacolo da me; vieni a cancellarmi gli ultimi resti del peccato; vieni a benedirmi e a raccogliere dentro il Tuo Costato la stanca anima mia.
Io Ti prego, o Gesù: non t’allontanar dal fianco mio, finché non sia terminata la mia carriera, e fa che l’istante solenne della morte sia per me l’atto più puro e più santo di adorazione, di pentimento, di gratitudine e di preghiera.
Io Ti prego o Gesù: sulla mia fossa non chiedo fiori, ma l’ombra benedetta della Tua croce; non chiedo il plauso dell’uomo ingannatore, ma scenda la Tua parola sulle mie ossa a dire: Io sono la resurrezione e la vita.
Moristi all’alba del 24. Avevi settantotto anni.
A noi la notizia arrivò nel pomeriggio e non fu possibile trovare un’auto da noleggio per ritornare a Gaeta. Arrivammo il giorno seguente, in tempo per il funerale mentre si formava il corteo. C’erano le suore di tutti gli Istituti religiosi, non solo quelle con le orfanelle [6].
C’era tantissima gente: man mano che ci facevamo largo fra la folla sentivo che parlavano di te. “Donna Tresina era una santa donna!” “Se non ci va lei in Paradiso non ci va nessuno!” “Anche di Lassù ci aiuterà se glielo chiediamo.” E così via.
Ognuno raccontava le circostanze nelle quali ti eri prodigata con abnegazione e segretezza: i consigli dati, la pace riportata in famiglia, il perdono per i torti ricevuti accompagnato da atti di affetto e bontà. A chi avevi portato medicine, a chi vitto, a chi scarpe o indumenti, a chi avevi abbonato il fitto di casa perché le condizioni finanziarie erano disagiate. Alcuni sacerdoti erano particolarmente commossi: ricordavano quanto ti eri impegnata per caldeggiare la loro entrata in Seminario sostenendo anche le spese per gli studi perché i genitori erano contrari o non avevano i mezzi. Altri parlavano delle Messe che facevi celebrare appena avevi del denaro disponibile: erano per famigliari o amici o semplici conoscenti defunti, in onore di santi, per chiedere protezione su chi ne avesse bisogno come missionari in terre lontane, giovani con la vocazione ostacolati dai parenti, ammalati e moribondi. Durante la guerra erano state per i militari e i governanti e dopo per presidente e ministri perché facessero buone leggi e amministrassero saggiamente finanza e giustizia.
Scoprii così che avevi vissuto la tua vita in modo eccezionale nella normalità quotidiana. Eri stata sempre silenziosamente e nascostamente attiva e prodiga verso gli altri, per amore di Dio, sostenuta in modo eroico dalle Virtù teologali e cardinali.
Io lo ignoravo.
Ecco perché dissi che ti avevo conosciuta dopo la tua morte. Avevo forse torto?
So che tu di lassù mi comprendi e mi affido a te: sai quanto ho bisogno del tuo aiuto.
Ti saluto con la preghiera che avevi instancabilmente sulle labbra:
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
sicut erat in principio et nunc et semper in saecula saeculoru
Amen
Tua nipote Teresa Magliozzi
[1] Quel giorno del ’41, Il Natale del ’44, La Baronessa, La Sesta Bandiera, Il viaggio segreto, La Leggenda della Stella Cometa il cui ricavato è stato inviato parte alle missioni e parte al nostro Fra’ Giuseppe a Manila e Chi sarà il nono?in occasione della morte di mia madre che, quasi centenaria, ha avuto la gioia di sapere chi fosse il suo nono Papa, Benedetto XVI.
[2] Tratta dalla Vita della Serva di Dio Teresa di Janni – Maria Magliozzi
[3] Nella Vita della Serva di Dio Teresa Di Janni.
[4] Il 1° luglio 1893 all’età di ventun’anni.
[5] Vento impetuoso che dura alcuni giorni proveniente dalla direzione del fiume dal quale prende il nome.
[6] Le orfanelle, di età fra i sei e i diciotto anni, accompagnavano i defunti al Cimitero recitando preghiere in suffragio.